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martedì 28 novembre 2017

HAAS F1 TEAM, BILANCIO DOPO DUE ANNI


(28/11/2017) – HAAS F1 TEAM, SECOND YEAR. Haas F1 Team anno secondo: la prima scuderia americana in F1 dal 1986 può essere soddisfatta dei risultati fin qui ottenuti? Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Forse Gene Haas sperava di meglio e i numeri, che in Formula 1 sono tutto insieme ai secondi, possono essere esemplificativi. Intendiamoci, si parla di un team creato ex novo, per quanto il DNA  motoristico fosse già consolidato, che ha fatto il suo coraggioso ingresso nella “palestra” più esasperata del motorsport. Tuttavia, le ambizioni e le aspettative erano alte perché nulla era stato lasciato al caso, compreso il ragionato ritardo  di un anno rispetto all’annuncio del ritorno di una scuderia USA in F1. La base europea nella factory ex Marussia, lo stretto rapporto con la Ferrari che ha garantito la fornitura del motore e praticamente di tutto il retrotreno e il telaio made in Dallara (una garanzia) fornivano all’inizio dell’avventura, nel 2016, un quadro d’insieme di tutto rispetto, per non parlare dei capitali disponibili per quanto non colossali (la vettura infatti non ha sponsor se non Haas Automation stessa).  Beh, dopo due anni forse il piatto piange.

Nel 2016, anno del debutto – ricordate lo splendido sesto posto iniziale in Australia di Grosjean, mentre l’altro pilota Gutierrez faceva da trampolino per l’impressionante volo per fortuna senza conseguenze di Alonso? –  la Haas (modello VF16) è giunta all’ottavo posto nella classifica Costruttori mettendo dietro la Renault, la Sauber e la Manor. Grosjean si classificò 13° con 29 punti mentre Gutierrez non riuscì ad entrare mai in zona punti. Quest’anno, con la VF17 e una stagione in più di esperienza, quasi stesso copione (con una scuderia in meno nel lotto): ottavo posto nei Costruttori davanti solo a Mc Laren e Sauber ma sopravanzati per esempio dalla Toro Rosso pur molto in crisi negli ultimi GP. Grosjean 13° con 28 punti (otto volte nei primi 10, miglior risultato sesto in Austria) e Magnussen 14° con 19 punti (cinque volte nei primi 10, miglior risultato, settimo in Azerbaijan). Davanti a loro il deb Stroll su una Williams non certo stratosferica. Insomma, pochi progressi, anzi reiterati problemi all’impianto frenante, difficoltà nel trovare il giusto set-up e qualche errore di troppo da parte dei piloti.

Ecco, i piloti. E se fossero loro l’anello debole della catena? Forse a Kannapolis non sono stati molto lungimiranti pensando a chi affidare il volante. Il pilota di punta e certamente di talento è Romain Grosjean che meravigliò tutti quando sposò il progetto affascinante ma ricco di incognite come quello Haas a fronte di un orizzonte più solido come quello per lui possibile della Renault. Purtroppo il suo entusiasmo è sembrato progressivamente affievolirsi, con parecchi errori e uscite di pista e un negativo nervosismo di fondo. Non pervenuto Gutierrez. Il danese Magnussen, per quanto stia profondendo il massimo impegno che lo ha portato spesso a fare meglio del “caposquadra” francese, è riuscito più che altro a farsi additare dagli altri piloti come il “Pierino la peste” della F1. Quali test driver, la scuderia americana si è avvalsa di Leclerc, Giovinazzi, Santino Ferrucci e da ultimo dell’indiano Arjun Maini. Troppo poco tempo a disposizione per i primi due di sicuro talento, grossi punti interrogativi per gli altri due a debito di esperienza e di risultati nelle formule minori. Ma il Team Principal Steiner dice che occorre guardare al futuro…

In F1 la macchina conta sempre moltissimo ma un grande pilota è in grado di assicurare il salto di qualità. E’ quello che hanno pensato per esempio la Ferrari quando ingaggiò Michael Schumacher per uscire dal periodo più buio della sua storia, o la Mercedes stessa quando Niki Lauda ebbe carta bianca per convincere Hamilton a lasciare il suo mentore Ron Dennis alla Mc Laren o ancora la Red Bull quando puntò decisamente sul grande talento di Verstappen a costo di scaricare brutalmente Kvyat. Non la pensò così, come la Haas, invece la Toyota che iniziò l’avventura in F1 con Mika Salo e Allan Mc Nish: senz’altro buoni piloti ma probabilmente non all’altezza di un progetto di livello così alto che, infatti, non è mai decollato. 

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