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domenica 10 marzo 2013

I 70 ANNI DI ARTURO MERZARIO. "Ci vediamo in pista!"




(10/3/2013) – Domani 11 marzo Arturo Merzario taglia un altro importante traguardo: compie 70 anni. Icona di un automobilismo epico – ha vinto nel Mondiale Marche con la Ferrari e in quello Sport prototipi con l’Alfa Romeo tra il 1969 e il 1977 - pilota tanto combattivo e veloce quanto refrattario ai compromessi, è sempre nella memoria dei veri appassionati per il suo modo di intendere e di amare le corse  e l’automobilismo in genere. Il suo cappellone da cow-boy sponsorizzato, il salvataggio di Lauda dal rogo del Nurburgring hanno fatto il resto. E non è ancora finita!

Arturo, auguri di cuore: come è cominciata questa tua lunga avventura nel mondo dei motori?
Io mi divertivo a correre sulle strade del Lago di Como. Cominciai a familiarizzare con le corse perché era amico di famiglia Guidotti, capo collaudatore dell’Alfa Romeo e vincitore di una 1000 Miglia con Nuvolari, poi conobbi Dino Di Bona che allora correva in GT e anche in F1 con una Cooper-Maserati. La Scuderia del Lario organizzò la Coppa FISA a Monza: era il 14 ottobre del 1962 e io debuttai con una Giulietta Spider, bianca. Nel ’63 guidai una Giulietta SZ, fui ingaggiato dalla celebre scuderia milanese Jolly Club e vinsi nella categoria GT il Rally di Sardegna che allora era come il Tour de Corse. Fu l’inizio.

Dopo aver legato il tuo nome all’Abarth, arrivò la fatidica chiamata alla Ferrari
Sì, fu Enzo Ferrari in persona a chiamarmi. Io non ci pensavo proprio e ho avuto la fortuna di essere notato per i miei risultati con l’Abarth. Per loro ho vinto tanto con i prototipi, le Sport, in Can-am. In Formula 1 - 1972 e 1973 - ci furono dissapori e decisi io di andarmene. Ci tengo a precisarlo, non fui licenziato. Il Drake ne ebbe a male perché fui il primo suo pilota e l’unico a comunicare di non volere il rinnovo del contratto, cosa che avveniva come da tradizione a Monza, in settembre. Erano anni difficili ma non potevo accettare che le colpe ricadessero sui piloti. Vennero fuori recriminazioni nei riguardi di un asso come Ickx, figurati per un italiano.

Però nel 1974 la Ferrari con la B3 tornò competitiva: non hai perso un’occasione?
Sapevo che sarebbe andata meglio perché ad un certo punto nel 1973, insieme all’ingegner Forghieri, fummo autorizzati a portare avanti certe sperimentazioni..... (CLICCA SU CONTINUA A LEGGERE)







Apportammo delle modifiche che provammo a Misano e a Zeltweg partii già in seconda fila. Peccato che poi a Monza dovetti ritirarmi al primo giro perché presi una brutta botta alla prima chicane. Non so come sarebbe finita nel 1974, d’altronde non vinse nemmeno Regazzoni che era fortissimo. Alla Ferrari, dove era appena arrivato Montezemolo, doveva essere sempre chiaro che vinceva la macchina e non il pilota…

Dopo non ti sono mancate occasioni in F.1
Disputai subito due gare per la BRM, poi optai per la Iso perché il progetto era dell’italiano Dallara e come team manager c’era un certo Frank Williams. Lasciai anche lì per dissapori e passai alla March che mi vendette alla Wolf. Anche qui, tengo a dire che credo di essere stato l’ultimo pilota italiano ad essere ingaggiato per il suo valore, compreso Michele Alboreto che si avvalse della generosità del Conte Zanon. Praticamente non ho corso solo per Tyrrell e Lotus che pure mi cercarono. La macchina di Chapman era superlativa ma non mi convinceva in fatto di sicurezza.



Non ti sei fatto mancare niente e sei anche diventato costruttore: la Merzario nel ‘78-‘79
Guarda, sarebbe stato meglio cadere dal terzo piano che fare quello che ho fatto, convinto da un gruppo di amici. Ci siamo difesi, ma abbiamo sbagliato i tempi. In quegli anni Colin Chapman progettò la Lotus con le minigonne e cambiò tutto. E’ stata un’esperienza sportiva e umana positiva ma deleteria per il portafogli. Mi è costata 10 anni di debiti, ma sono ancora qui.

Hai avuto tanti celebri compagni di abitacolo che ti elenco: dammi un sintetico ricordo per ognuno di loro.
Redmann: stupendo, fantastico, pilota ideale per le gare di durata. Ickx: campionissimo, al di là del fatto che lo chiamavo il Conte delle Ardenne per quella sua puzza sotto al naso. Laffitte: Jacquot, lo notai in F.2 e con Chiti pensammo a lui. Fu un’ottima scelta. Munari: da dimenticare, era bravo nei rally…. Vaccarella: Preside al lavoro, Preside al volante. Andretti: top del top. Come me ha corso con ogni tipo di vettura, ci mettevamo sempre in gioco. Jarier: un piedone, l’erede di Beltoise, ma in Francia non è mai stato capito perché, come me, era uno poco diplomatico. Mass: forte, ma è stato rovinato dall’incidente con Gilles Villeneuve dove non ha avuto nessuna colpa.

Ora è tempo di figli d’arte: sei rammaricato o tiri un sospiro di sollievo per il fatto che tuo figlio non abbia seguito le orme paterne?
Meglio così: io non ho mai creduto ai figli d’arte, sono stati sempre un flop



Se tu ti chiamassi Arthur Merzary e fossi nato in Inghilterra le cose sarebbero andate diversamente?
Penso di sì, molto in meglio. Ma sarebbe andata meglio anche se avessi cominciato dieci anni dopo quell’ottobre del 1962. Però, ai miei tempi, eravamo veri personaggi pubblici, al di là dei quattrini.

Corri anche quest’anno?
Certamente! Farò la Lotus Cup e disputerò il GT Italiano con una Porsche. Poi non mancherò a Godwood dove porterò in pista alcune delle più belle auto storiche.

Augurissimi, inarrestabile Arturo.

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