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martedì 19 febbraio 2013

L'ULTIMA SFIDA DI NIKI LAUDA

(19/2/2013) - Non vorrei essere nei panni di Niki Lauda. Come noto, l’austriaco, che venerdì compie 64 anni, da quest’anno è tra i “caporioni” della Mercedes AMG Petronas. Per la precisione “capo non esecutivo del consiglio dei dirigenti” del team che metterà in pista le monoposto affidate a Rosberg e Hamilton. In buona sostanza, un mega-supervisore che fungerà anche da collegamento tra la Casa in Germania e la Scuderia che opera in Inghilterra, a Brackley. L’ex ferrarista non è nuovo a sfide difficili e il coraggio non gli manca ma questa responsabilità è davvero grande per le aspettative e le pressioni già in atto. Dopo tre anni con un unico vero acuto, la vittoria di Nico nel GP di Cina l’anno scorso, un’altra stagione incolore (tra l’altro con Hamilton che non è costato un tozzo di pane, Gianni Agnelli docet, assolutamente voluto proprio da Lauda) getterebbe autentico sconforto e scompiglio. Sentite cosa ha detto il Capo supremo Dieter Zetsche: “Con lui e Toto Wolff – altra new entry di peso – svilupperemo il nostro motorsport e guideremo le nostre Frecce d’argento in una nuova era”. Sorbole! Peccato, però, che ieri due investitori abbiano già fatto pervenire tramite il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung il loro personalissimo augurio: la F.1 non serve alla Mercedes, hanno detto. Con queste palle al piede, Lauda è chiamato a far funzionare ciò che non ha funzionato neanche con Schumacher. Niki è stato un grande in pista, ma i suoi trascorsi “manageriali” non sono dei più esaltanti. Nel 2002 venne licenziato dall’oggi al domani dalla Jaguar dove era approdato l’anno prima (provò anche la macchina per capire cosa avevano tra le mani i piloti Irvine, appena due terzi posti per l’irlandese, e De La Rosa). Cocente, per uno come lui accreditato di sopraffine qualità, la motivazione addotta da Richard Parry Jones, responsabile Ford (la Jaguar apparteneva alla Casa americana): “Non ha dimostrato una conoscenza approfondita degli aspetti tecnici”. Tutto sommato impalpabile fu anche la sua permanenza alla Ferrari, in qualità di “consulente sportivo”, chiamato nel 1992 dall’amico Luca Cordero di Montezemolo appena riapprodato a Maranello nelle vesti di Presidente. Ma era una Ferrari ancora in preda al caos di uomini e idee del dopo Enzo Ferrari. Ci vollero, alcuni anni dopo, Michael Schumacher, Ross Brawn, Rory Byrne e Jean Todt per risollevare la nobile decaduta.

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